Lo sportello AgID per raccogliere le segnalazioni sui siti non conformi è operativo
C’è una cosa che dovresti sapere prima di chiunque altro nella tua azienda: oggi chiunque può denunciare il tuo sito ad AgID. Non serve un avvocato, non serve una pratica complicata. Servono uno SPID e venti minuti.
Per anni l’accessibilità digitale è stata una di quelle voci che si rimandano: c’era la norma, mancava chi la facesse rispettare.
Nel 2026 quel “chi” è arrivato, e lo ha fatto con 3 segnali concreti.
Il primo: dall’11 marzo 2026 è online lo sportello pubblico di AgID per le segnalazioni (segnalazioni.agid.gov.it). Per ora gestisce le segnalazioni in entrata, ed è pensato per diventare anche lo strumento con cui le aziende comunicheranno le proprie non conformità. Tradotto: qualsiasi utente con SPID o CIE, un cliente arrabbiato, un’associazione di consumatori, perfino un concorrente con poca pazienza, può aprire un fascicolo sul tuo sito mentre tu nemmeno lo sai.
Lo sportello è già attivo. Si entra con identità digitale dalla pagina di accesso AgID (login.agid.gov.it) e si compila il modulo: si indica il sito, si descrive la barriera, si allega la prova (screenshot, video, descrizione tecnica). Da quel momento esiste un protocollo, un numero di fascicolo e una data in cui risultavi fuori norma. Quella data resta agli atti anche dopo che hai sistemato.
Il secondo: la determinazione AgID n. 84/2026 del 15 maggio 2026, ovvero il regolamento che spiega come AgID controlla e sanziona chi non rispetta gli obblighi di accessibilità.
Non introduce nuovi obblighi tecnici (quelli stanno nelle WCAG e nelle Linee Guida), ma costruisce la “macchina” dei controlli che prima mancava.
Il terzo: la dichiarazione del direttore generale di AgID, intervenuto al keynote degli Accessibility Days 2026 (Roma, 21-22 maggio) “questo sarà l’anno dei controlli”.
Chi è obbligato (e perché “siamo piccoli” non basta più)
L’obbligo sostanziale dell’EAA riguarda chi eroga servizi digitali ai consumatori in settori specifici: e-commerce, servizi bancari, trasporti, comunicazione elettronica, media audiovisivi ed e-book.
L’esenzione vale per le microimprese, ma il criterio è preciso: sei esente solo se hai meno di 10 dipendenti E un fatturato o bilancio annuo non superiore a 2 milioni di euro. Servono entrambe le condizioni per restare fuori. Basta superarne una – più di 10 dipendenti oppure più di 2 milioni – e l’obbligo scatta.
Attenzione a non confondere due cose:
- L’obbligo di rendere accessibili i servizi riguarda tutte le imprese sopra la soglia microimprese.
- Il procedimento sanzionatorio diretto di AgID previsto dalla det. 84/2026 colpisce, per il privato, i soggetti sopra i 500 milioni di fatturato medio triennale.
Le PMI nel mezzo non sono “al sicuro”: restano soggette agli obblighi, alle segnalazioni e alle conseguenze, ma il canale di accertamento è diverso. La sintesi onesta è questa: in caso di inadempienza persistente, le sanzioni per le PMI vanno da 2.500 a 40.000 euro per singola violazione, mentre le sanzioni fino al 5% del fatturato si applicano solo alle grandi aziende con fatturato medio triennale superiore a 500 milioni di euro.
Cosa succede dopo una segnalazione
La buona notizia: prima di qualsiasi procedimento, AgID avvia un confronto diretto con l’azienda, che ha la possibilità di rispondere e intervenire. Nessuno ti multa al primo clic.
La cattiva notizia: il fascicolo è formale e l’orologio parte nel momento esatto in cui qualcuno preme “invia”.
C’è un protocollo, un numero, un termine entro cui rispondere e sistemare. Le aziende con una procedura pronta chiudono in due settimane e archiviano tutto. Le altre rispondono in due mesi e, nel frattempo, accumulano altre segnalazioni, perché una volta che il tuo sito finisce nel mirino di un utente attento, raramente arriva una segnalazione sola.
La trappola degli overlay (o widget) di accessibilità
Già dal periodo precedente all’entrata in vigore dell’European Accessibility Act (giugno 2025) sono spuntati come funghi i “magici” widget di accessibilità.
Incolli una riga di codice, compare un pulsante in basso a destra, e il fornitore dichiara che il sito è “a norma WCAG”.
Promettono molto, costano molto e non rendono il tuo sito realmente accessibile.
Perché i widget non rendono il tuo sito accessibile
Pensa all’accessibilità come alla struttura di un edificio. Se le scale sono ripide e manca una rampa, l’overlay non aggiusta le scale… ci piazza accanto un ascensore accanto di dimensioni non sufficienti col cartello guasto sopra. All’ingresso trovi scritto “siamo accessibili” ma stai tagliando fuori sia la persona in carrozzina che quello che si è rotto la caviglia.
Fuori di metafora – l’overlay è uno “strato di codice” che si appoggia sopra il tuo sito e prova a indovinare e correggere i problemi al volo, mentre la pagina si carica. Ma le barriere non sono cosmetiche: stanno nel modo in cui la pagina è scritta sotto. E gli screen reader intercettano com’è scritta la pagina sotto, non la toppa che ci piazzi sopra.
Un esempio mirato e concreto:
- Immagini senza descrizione.
Un cieco naviga con uno screen reader, un programma che legge la pagina ad alta voce. Se la foto non ha un testo alternativo scritto da un umano, lo screen reader dice solo “immagine”. L’overlay prova a indovinare, ma non è accurato. - Moduli senza etichette.
Ogni campo di un form dovrebbe dire allo screen reader cos’è: nome, email, telefono. Se nel codice le etichette mancano, l’utente sente solo “casella di testo, casella di testo” e non sa cosa scrivere dove. Un widget non può inventarle al posto tuo. - Navigazione da tastiera.
Chi non usa il mouse si muove col tasto Tab. Se l’ordine degli elementi nel codice è caotico, il cursore salta a casaccio e l’utente si perde. L’overlay non riscrive quell’ordine.
E intanto si fanno pagare profumatamente…
Online di questi widget ce n’è una miriade, ma controllando online è facile notare che il piano base costa in media intorno ai 45 euro al mese.
Ovviamente più il sito è grande o macina visite, più l’importo sale.
Matematica elementare: 45 euro al mese fanno 540 euro l’anno. E non è una spesa una tantum, è un abbonamento a vita: 540 euro quest’anno, altri 540 il prossimo, e così via per sempre, finché il widget resta sul sito.
Il problema non è solo quanto costa, ma cosa ottieni in cambio: stai regalando soldi, ogni anno, a uno strumento che in caso di segnalazione ad AgID non ti tutela in alcun modo.
E quando la segnalazione arriva, ti tocca comunque adeguare il sito sul serio. Risultato: hai pagato due volte, l’abbonamento al widget e poi il lavoro vero che avresti dovuto fare dall’inizio.
E attenzione, non è che spendendo di più il problema si risolva: anche i piani costosi restano overlay.
I dati indipendenti lo confermano.
Gli overlay nascondono i problemi, non li risolvono.
Restano sopra un’infrastruttura difettosa. Uno screen reader serio legge il codice sottostante, non la patina del widget. E i dati indipendenti sono impietosi: secondo la survey di WebAIM tra i professionisti dell’accessibilità, una netta maggioranza (67%) giudica questi strumenti per niente o poco efficaci; tra i rispondenti con disabilità la percentuale sale al 72%, e solo il 2,4% li ritiene molto efficaci.
Non ti proteggono in tribunale, anzi. Le corti statunitensi hanno ripetutamente lasciato proseguire le cause contro aziende che avevano un overlay installato: la semplice presenza dell’overlay non costituisce uno scudo legale né soddisfa automaticamente i requisiti di accessibilità.
L’overlay non ti tutela, lo confermano gli stessi fornitori del widget
“Ok Viola, io non me ne intendo… come faccio a capire se mi stai dicendo la verità sugli overlay?”
Se non ti fidi di quel che sto dicendo, credi a quel che dichiarano gli stessi fornitori nelle loro condizioni d’uso che nessuno legge o nelle Domande Frequenti a fine pagina.👇🏽
Nei termini di servizio di accessiBe si legge che usare il widget non garantisce che i clienti non ricevano comunicazioni, diffide, atti legali, reclami, relative alla non conformità del loro sito ai requisiti legali di accessibilità applicabili.
In altre parole: il prodotto che ti vendono come “compliance garantita” mette nero su bianco che la compliance non te la garantisce.
Lascia che te lo mostri, perché è la cosa che dovrebbe far cadere le braccia a chiunque abbia firmato un abbonamento a un overlay: sono i fornitori stessi ad ammettere, per iscritto, che il widget non ti mette a norma e non ti protegge da una causa.
Lo fa accessiBe alla sezione 10.1 delle proprie condizioni d’uso. Nota il dettaglio che rende la cosa quasi comica: la clausola convive, sulla stessa pagina, con il pulsante “START FREE TRIAL”.

E non è un’eccentricità di un solo fornitore americano. Lo stesso vale in Italia. Tra le domande frequenti di WayWidget, alla domanda secca “il widget garantisce la piena conformità agli standard di accessibilità?”, la risposta è altrettanto disarmante: NO, da solo non garantisce la conformità completa e non può essere considerato l’unica soluzione per la piena conformità legale. Detto da chi te lo vende.

Non è un caso isolato. Più in generale, il linguaggio tipico di questi fornitori dichiara che l’installazione del widget non può garantire che una causa non sorga e che, da sola, non soddisfa tutti i requisiti di legge in materia di accessibilità web, e ti fa rinunciare a ogni rivalsa nei loro confronti.
E poi c’è la sanzione di un regolatore vero. Negli Stati Uniti la Federal Trade Commission ha colpito il più noto di questi fornitori: la FTC ha imposto ad accessiBe il pagamento di 1 milione di dollari per chiudere le accuse di aver travisato la capacità del suo strumento AI di rendere qualsiasi sito conforme alle WCAG. L’ordine finale vieta ad accessiBe di affermare che i suoi prodotti automatici possano rendere un sito conforme alle WCAG o mantenere tale conformità nel tempo, salvo prove a supporto; il provvedimento è stato approvato in via definitiva nell’aprile 2025. (Link a fonte FTC.gov)
A questo si aggiunge un dato tecnico: nel monitoraggio WebAIM, i siti con overlay comuni, testati dopo aver disattivato i meccanismi che manipolano i risultati, mostravano comunque errori rilevabili. Il movimento internazionale di esperti che si oppone a questi prodotti è solido: tra i firmatari dell’Overlay Fact Sheet ci sono curatori delle specifiche WCAG, ARIA e HTML, e gli esperti di accessibilità interni di aziende come Google, Microsoft, Apple, Shopify, Target e CVS Health.
Una nota pratica, però: se hai già un overlay installato, non disinstallarlo di slancio. Tienilo finché non hai sistemato il codice di base. Fa qualcosa, ed è meglio di niente, ma è l’inizio del lavoro, non la fine.
Cosa funziona davvero
Un audit WCAG serio, in parte automatico e in parte manuale.
Una parte della verifica si può automatizzare, ma le macchine vedono solo ciò che è misurabile meccanicamente, mentre l’accessibilità è fatta soprattutto di cose che richiedono giudizio umano.
Un software può accorgersi che un’immagine ha un testo alternativo, ma non se quel testo descrive davvero ciò che si vede o se è scritto a caso; può segnalare che un video ha i sottotitoli, ma non se sono corretti e sincronizzati.
Per questo l’output di un audit vero non è un punteggio sputato da un programma, ma una lista di problemi reali, ordinati per priorità e con la stima di quanto serve per sistemarli.
E dopo l’audit, sarà necessario un intervento sul codice esistente. Non sempre è necessario rifare tutto da zero. La maggior parte delle barriere si chiude sistemando contrasti, etichette dei form, ordine di tabulazione, testi alternativi e markup semantico.
In più, è necessaria una dichiarazione di accessibilità conforme al modello AgID, nel footer.
Se manca, sei già in violazione formale a prescindere dal resto. Va aggiornata almeno una volta l’anno.
Formazione veloce a chi pubblica contenuti. Mezza giornata. È il pezzo che decide se tra sei mesi sei ancora a norma: un PDF senza tag, un’immagine senza alt text o un video senza sottotitoli ti riportano fuori norma in tre clic.
Approfondimento. Quali sono, nel concreto, i criteri da rispettare? Per la conformità serve il livello A più il livello AA delle WCAG 2.1. Li ho spiegati uno per uno, in italiano semplice e senza gergo tecnico, in due guide dedicate:
- I criteri WCAG 2.1 di livello A spiegati in italiano: la base dell’accessibilità, senza la quale il livello AA non regge.
- L’accessibilità web e i criteri WCAG 2.1 di livello AA: il livello obbligatorio per la conformità, come checklist da tenere a mente.
Cosa fare adesso, in 10 minuti o poco più
Installa l’estensione gratuita di Silktide (su Chrome o Edge) e fai una scansione delle pagine chiave: home, scheda prodotto, checkout, contatti.
L’estenzione controlla qualsiasi pagina rispetto ai criteri stabiliti dalle linee WCAG e ti dà indicazioni passo passo su come migliorare.
Rispetto ad axe DevTools o WAVE ha un vantaggio per chi non è tecnico: oltre al checker include un simulatore di disabilità, uno screen reader gratuito e un controllo del contrasto colore, e copre gli standard fino alla versione più recente, la WCAG 2.2.
Per un test mirato che gli scanner automatici spesso saltano, affianca Editor Spaziatura di testo (anch’essa gratuita, su Chrome). Serve a verificare un criterio preciso: permette di impostare valori personalizzati per altezza riga, spaziatura tra lettere, parole e paragrafi, ed è utilizzabile per testare il criterio di successo WCAG 1.4.12 – Spaziatura del testo.
In pratica forzi una spaziatura più ampia e controlli che il testo non si sovrapponga o venga tagliato: è uno di quei controlli che si fanno solo manualmente, e che un overlay non risolve.
Logica del test: pochi problemi sulle pagine chiave? Sei messo bene. Centinaia di errori, o testo che si rompe appena cambi la spaziatura?
Ti conviene richiedere un audit di accessibilità serio – svolto da un professionista.
Se hai un sito in WordPress, sono la persona che fa al caso tuo.
Inviami una mail o contattami su WhatsApp e ne parliamo insieme.









